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Le parole

Cos'è l'IBAN e perché a volte lo chiedono per truffare

L'IBAN è l'indirizzo del tuo conto e serve per ricevere soldi. Con il solo IBAN non si preleva: ecco cosa si può fare davvero e cosa no.

· Circa 7 minuti di lettura

Cosa vuol dire IBAN e perché lo chiedono: è l'indirizzo del tuo conto corrente, la fila di lettere e numeri che si dà a chi deve mandarti dei soldi. Serve a farsi accreditare lo stipendio, la pensione, un rimborso. Con il solo IBAN nessuno può prelevare denaro dal tuo conto, ed è la cosa più importante di tutto questo articolo.

Gira infatti una paura sbagliata, e ne manca una giusta.

Com'è fatto, pezzo per pezzo

Un IBAN italiano è lungo ventisette caratteri, e non sono messi a caso.

Comincia con IT, che è il paese. Poi due cifre di controllo, che servono a far accorgere il computer se qualcuno ha sbagliato a copiare. Poi una lettera, che è un resto storico del sistema italiano. Poi cinque cifre che indicano la banca, cinque che indicano la filiale, e infine dodici che sono il numero del conto vero e proprio.

Quelle due cifre di controllo all'inizio sono la ragione per cui un IBAN sbagliato di una cifra, quasi sempre, viene rifiutato dal sistema invece di mandare i soldi a uno sconosciuto.

La paura sbagliata

«Non dare mai l'IBAN a nessuno» è un consiglio che si sente spesso ed è eccessivo.

L'IBAN è un indirizzo, e come un indirizzo di casa serve perché qualcosa arrivi. Lo si dà al datore di lavoro, all'INPS, al commercialista, a chi deve fare un bonifico. Sta scritto in fondo a moltissime fatture e su ogni bollettino di associazioni e onlus.

Con il solo IBAN non si preleva. Per togliere soldi da un conto serve un ordine autorizzato dal titolare: un bonifico fatto entrando nella propria banca, oppure un addebito diretto, che però lascia tracce e si contesta.

Quindi darlo a chi deve pagarti non è un rischio: è come dare l'indirizzo a chi deve spedirti un pacco.

La paura giusta

Quella che manca, e che riguarda i pagamenti automatici.

Esiste uno strumento, l'addebito diretto, con cui un'azienda può prelevare somme periodiche da un conto: è quello che si usa per la luce, il gas, le assicurazioni. Per attivarlo serve il tuo consenso, ma in passato sono esistiti casi di addebiti attivati con documentazione poco controllata.

La buona notizia è che le regole europee proteggono bene. Un addebito diretto autorizzato si può farsi rimborsare entro otto settimane, senza dover dimostrare niente: basta chiederlo alla banca. Se l'addebito non era autorizzato, il tempo per contestarlo è molto più lungo, fino a tredici mesi.

Da qui la regola pratica: guardare la lista movimenti una volta al mese. Non serve altro. Gli addebiti strani si notano in un minuto, e si fermano con una telefonata.

Perché le truffe chiedono l'IBAN

Se con l'IBAN non si preleva, viene da chiedersi perché tante truffe lo chiedano. Le ragioni sono tre, e nessuna è quella che si immagina.

Per rendere credibile la truffa successiva. Chi ti telefona citando il tuo numero di conto sembra la banca. È la ragione principale.

Per il riciclaggio. Alcune truffe cercano conti su cui far transitare denaro rubato ad altri, offrendo una piccola percentuale. Chi accetta diventa responsabile penalmente: è il cosiddetto «prestanome finanziario», e succede più spesso di quanto si pensi, spesso con la promessa di un lavoro da casa.

Per la truffa del cambio IBAN. È quella che colpisce le aziende: si intercetta una fattura, si cambia l'IBAN, e il pagamento finisce altrove. Il rimedio è uno solo: quando un fornitore comunica un cambio di IBAN, lo si verifica telefonando al numero che si aveva già.

Cosa non si dà mai, invece

Qui la differenza è netta, e va detta chiaramente perché nella testa di molti è tutto un unico mucchio.

L'IBAN si può dare a chi deve pagarti.

Il numero della carta, la scadenza e il codice a tre cifre sul retro non si danno mai a nessuno che li chieda per telefono o dentro una pagina raggiunta da un messaggio. Quelli sì che permettono di pagare.

Le credenziali dell'home banking e i codici che arrivano per SMS non si danno mai, per nessun motivo, a nessuno. Nemmeno a chi dice di essere della banca: la banca quei codici non li chiede, e su questo abbiamo scritto in l'SMS della banca che dice che il conto è bloccato.

Dove si trova il proprio IBAN

Tre posti, tutti sicuri.

Sull'estratto conto cartaceo o in PDF, di solito in alto.

Dentro l'applicazione della banca, alla voce del conto: quasi tutte hanno un pulsante per copiarlo o per condividerlo in un messaggio.

Sul contratto firmato all'apertura del conto.

Un consiglio pratico per chi lo detta spesso: farsi mandare dalla banca il PDF con l'IBAN e tenerlo in una nota sul telefono. Non è un dato segreto, e averlo a portata evita di dettare ventisette caratteri per telefono, che è il modo migliore per sbagliarne uno.

Il falso annuncio di lavoro che chiede l'IBAN

Merita un paragrafo, perché è la truffa che rovina di più chi ci casca, e non per i soldi persi.

L'annuncio promette un lavoro da casa, semplice, ben pagato: ricevere dei bonifici sul proprio conto e rigirarli altrove, tenendo una percentuale. A volte è vestito da «agente di pagamento», «assistente finanziario», «gestione incassi per azienda estera».

I soldi che arrivano sono rubati a qualcun altro, spesso a una persona anziana truffata il giorno prima. Chi li riceve e li rigira diventa l'anello tracciabile della catena: il conto è suo, il nome è suo, e la denuncia della vittima porta lì.

Le conseguenze non sono soltanto la restituzione delle somme: c'è il blocco del conto, la segnalazione, e un procedimento penale per riciclaggio. Le forze dell'ordine lo sanno che spesso si tratta di persone in buona fede, ma la responsabilità resta.

La regola è semplice: nessun lavoro serio chiede di usare il proprio conto personale per far transitare denaro di altri. Se un annuncio lo chiede, l'annuncio è quello il lavoro. Su come sono costruite queste proposte ne abbiamo scritto in chi c'è dall'altra parte di una truffa.

Quando si sbaglia un IBAN

Succede, e sapere cosa fare toglie molta ansia.

Nella maggior parte dei casi il bonifico viene rifiutato dal sistema, grazie alle cifre di controllo, e i soldi tornano indietro nel giro di qualche giorno.

Se invece l'IBAN sbagliato esiste e appartiene a qualcun altro, il denaro parte davvero. In quel caso si chiama subito la banca e si chiede il richiamo del bonifico: la banca contatta l'altro istituto e chiede la restituzione, che però richiede il consenso di chi ha ricevuto. Prima si chiama, più è probabile riuscirci.

È il motivo per cui conviene sempre copiare e incollare un IBAN invece di ricopiarlo a mano, e controllare il nome del destinatario che l'applicazione mostra prima di confermare.

Domande veloci

Se do il mio IBAN a qualcuno, può prelevare soldi?
No. L'IBAN serve a ricevere denaro, non a toglierlo: per prelevare serve un ordine autorizzato dal titolare. È il motivo per cui aziende e associazioni lo pubblicano tranquillamente sui propri documenti.
Perché allora le truffe lo chiedono?
Soprattutto per rendere credibile una telefonata successiva: chi cita il tuo numero di conto sembra la banca. In altri casi cercano conti su cui far transitare denaro rubato, il che rende chi accetta responsabile penalmente.
Come mi accorgo di un addebito che non ho autorizzato?
Guardando la lista movimenti una volta al mese. Un addebito diretto autorizzato si può farsi rimborsare entro otto settimane su semplice richiesta alla banca; se non era autorizzato, il tempo per contestarlo arriva a tredici mesi.
Ho sbagliato una cifra facendo un bonifico: cosa succede?
Quasi sempre il sistema lo rifiuta, perché le due cifre di controllo all'inizio dell'IBAN servono proprio a questo, e i soldi tornano in pochi giorni. Se invece il conto sbagliato esiste, si chiama subito la banca e si chiede il richiamo del bonifico.

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Pubblicato il 17 ottobre 2026.