Dietro le quinte
Perché non diciamo mai «bravo»
È una parola affettuosa, e proprio per questo fa danno: a un adulto che sta imparando ricorda che qualcuno lo considera indietro. Cosa diciamo invece.
· Circa 5 minuti di lettura
Perché non diciamo mai «bravo»? Perché nelle lezioni di DoveClicco quella parola non compare, e non è una dimenticanza: è una regola scritta, e un controllo automatico impedisce di pubblicare una lezione che la contiene. Il motivo è semplice. È la parola che si dice ai bambini quando fanno una cosa che ci si aspettava non sapessero fare, e detta a una persona adulta ricorda esattamente questo: che chi parla la considerava indietro.
Sembra un dettaglio da poco. Nella pratica è una delle cose che più spesso fanno smettere qualcuno.
Cosa succede davvero quando lo si sente dire
Immagina una signora di settantadue anni che ha appena mandato la sua prima foto su WhatsApp. Ci ha messo due tentativi, ha chiesto conferma una volta, e alla fine la foto è partita.
Se in quel momento arriva un «brava!», succedono due cose insieme. La prima è piacevole: qualcuno ha notato che ce l'ha fatta. La seconda molto meno: quella parola dice, senza volerlo, che riuscirci non era scontato. E il messaggio che resta è che la persona che parla si aspettava un fallimento.
Chi ha cresciuto figli, gestito una casa o portato avanti un lavoro per quarant'anni sente benissimo quella differenza. Non si offende, di solito: sorride e lascia correre. Ma la volta dopo, se non riesce, non lo dice.
Ed è quello il danno vero. Non l'imbarazzo di un momento: il fatto che da lì in poi le difficoltà si nascondono, per non dare a nessuno l'occasione di essere di nuovo indulgente.
Cosa diciamo al posto suo
La sostituzione non è un sinonimo più elegante. È un cambio di punto di vista: invece di giudicare la persona, si constata il risultato.
| Al posto di | Diciamo | Perché funziona |
|---|---|---|
| complimenti da maestra | «Esatto, è proprio quello» | conferma il gesto, non la persona |
| «bravissimo, ce l'hai fatta!» | «Fatto. Il messaggio è partito» | dice cosa è successo, senza stupore |
| «visto che era facile?» | «Ecco, adesso lo sai fare» | non minimizza la fatica appena fatta |
| «hai sbagliato, riprova» | «Non era quello. Il pulsante è più in basso» | dice dove andare, invece di dire che è andata male |
C'è anche un motivo pratico dietro le formule che usiamo, e riguarda il genere. «Ottimo», «Perfetto», «Ben fatto», «Esatto» valgono per chiunque, mentre le parole che cambiano finale costringono a scegliere maschile o femminile. Su un sito che non sa chi sta leggendo, quella scelta si sbaglia la metà delle volte.
Non è l'unica parola che evitiamo
La regola vale per tutta una famiglia di parole, e ognuna ha il suo motivo.
«Facile». Se una cosa è facile e tu non ci riesci, il problema sei tu. Preferiamo dire che all'inizio è scomodo, che è vero per chiunque.
«Basta fare». Introduce sempre qualcosa che non basta affatto. Quando una sequenza ha sei passaggi, si scrivono i sei passaggi.
«Ovviamente», «naturalmente». Ovvio per chi? Chi legge quelle parole e non ha capito si sente in difetto, e smette di chiedere.
«Non preoccuparti». Chi la dice vuole tranquillizzare, ma segnala che c'era motivo di preoccuparsi. Meglio dire cosa succede se si sbaglia: quasi sempre, niente.
«Alla tua età». Non serve mai. L'età non è la ragione per cui una cosa riesce o non riesce.
Perché ci mettiamo un controllo automatico
Le regole scritte in un documento si dimenticano, soprattutto quando si scrivono decine di lezioni una dopo l'altra e ci si stanca. Per questo il divieto non è solo scritto: è un programma che legge tutti i contenuti e blocca la pubblicazione se trova una di quelle parole.
È un controllo severo, e ogni tanto ferma anche noi. Questo articolo, per esempio, non sarebbe potuto uscire: parla di quella parola, quindi la contiene. Abbiamo dovuto dichiarare nell'intestazione del file che qui la parola viene citata e non usata, e la dichiarazione resta scritta lì, visibile a chiunque rilegga il pezzo fra sei mesi.
Ci sembra il giusto compromesso: la regola resta in piedi dappertutto, e l'eccezione è una riga che si vede.
E in famiglia?
Vale lo stesso, con una differenza: in famiglia c'è l'affetto, e l'affetto fa passare molte cose. Un genitore che sente un complimento da suo figlio non si offende quasi mai.
Ma la sostanza non cambia. Se stai aiutando qualcuno a imparare, il modo più rispettoso di riconoscere un risultato è dire cosa è successo: «è partito», «l'hai trovato», «adesso lo sai fare». Chi ascolta capisce di aver fatto una cosa giusta, senza sentirsi valutato.
Se ti interessa come la mettiamo giù nella pratica, ne parliamo in spiegare il telefono a un genitore senza litigare, e le altre scelte di questo tipo le raccontiamo nella rubrica Dietro le quinte. Se invece vuoi vedere come suona una lezione scritta così, guarda il catalogo dei corsi.
Domande veloci
- Non è esagerato vietare una parola?
- È una regola su come scriviamo noi, non un giudizio su chi la usa. Scrivendo per migliaia di persone che non conosciamo, e che spesso arrivano già convinte di essere indietro, le parole che rimandano all'infanzia fanno più danno di quanto facciano bene.
- Che cosa dite quando qualcuno completa una lezione?
- Diciamo cosa è successo e cosa adesso quella persona sa fare: «Fatto», «Esatto, è proprio quello», «Adesso sai mandare un messaggio vocale». Sono formule neutre, che valgono per chiunque legga.
- Come fate a essere sicuri che nessuno la scriva per sbaglio?
- Un controllo automatico legge tutte le lezioni e tutti gli articoli prima che vengano pubblicati e si ferma se trova una parola vietata. Chi scrive può dichiarare che una parola è citata e non usata, come in questo articolo, ma deve scriverlo nel file.
- Vale anche per gli errori?
- Soprattutto per gli errori. Un errore non si commenta con un giudizio ma con un'indicazione: dove si trova la cosa giusta da toccare. Nelle lezioni, poi, sbagliare non ha conseguenze, quindi non c'è nemmeno niente da perdonare.
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